La fotografia al tempo dei social

La massificazione della fotografia di matrimonio ha portato ad un livellamento della qualità in basso, e i commenti non costruttivi così come i “like” di scambio,  senza alcuna cognizione di causa, contribuiscono ad alimentare un circolo vizioso che impedisce la crescita e quindi la generazione di immagini di valore.
Sono un fotografo di matrimonio e quando scatto una foto sicuramente sto interpretando la realtà, lo faccio dal momento in cui in decido i parametri che la macchina e la lente mi permettono di adoperare: diaframma, punto di ripresa, punto di messa a fuoco, prospettiva e altro. Eppure non dimentico la cosa più importante: io sto documentando quel preciso momento! Non amo manipolare o impressionare, fornire una realtà distorta o confezionata. Seguire una poetica del racconto con le immagini, una sequenza plausibile di momenti è quello che naturalmente e istintivamente faccio.

Allo stato attuale, il materiale fotografico che ci scorre sotto il dito giornalmente è tanto, così tanto che tutto sa di già visto, già fatto che in alcuni casi toglie stimoli, in altri induce a ripercorrere quella composizione e a ripetere quelle sfumature con il risultato che a farne le spese è la fantasia del fotografo. Spesso si ritorna in quel preciso posto a Napoli o Caserta o in Costiera Amalfitana per emulare un canone estetico, per tentare di rifare la stessa foto “originale” che di originale non conserva più nulla. Questo denota un bisogno di gratificazione da parte di altri e poca propensione al mondo interiore e l’imitazione di un genere rappresenta l’unico rifugio sicuro.
La bulimia di immagini ci ha resi indifferenti e iperattivi (fotograficamente), sempre alla ricerca del consenso. Il consenso di massa però, porta all’alterazione di uno standard e allora si cade nella trappola dell’omologazione, sia essa volontaria o involontaria.
Se non si va oltre un certo limite non si trova più appagamento. Ma anche andando oltre, l’effetto è solo temporaneo.
Dunque si torna al punto di partenza.
Quando fotografo non mi aspetto di fare lo scatto del secolo, lo scatto unico, perché ciò che è unico è già davanti a me, sono la sposa e lo sposo che vivono il loro imbarazzo, la loro felicità, il loro matrimonio dinanzi ai miei occhi.
Io voglio raccontarli non inventarli.
La vera differenza è il “significato” di una immagine: un fotomontaggio o un filtro non potranno mai costituire un “documento” di una realtà materiale, ma solo la visione di un fotografo senza fantasia.