L’amore ai tempi del Covid-19

Affascinato dal lavoro di un fotografo straniero ho deciso di dedicarmi a quello che so fare meglio: raccontare un matrimonio attraverso la mia macchina fotografica. Ovviamente senza uscire di casa. Come? Prendendo le storie dei miei clienti e fondendole in una unica grande storia d’amore ai tempi del Covid-19.

Armando aveva lasciato la sua casa quando aveva 19 anni. Tra la certezza del divano in pelle e l’ignoto della nebbia in val padana aveva scelto coraggiosamente la seconda. Era partito in una giornata di sole, quello che a Napoli sembra essere grande il doppio rispetto a quello che si vede altrove ed era arrivato nel primo pomeriggio a Castelfranco dove un cielo senza colore gli ricordò immediatamente quanto dolorosa fosse stata quella decisione.

Ma vuoi mettere? Non c’era posto giù, non aveva santi in paradiso, aveva contattato anche lo zio di un suo cugino che aveva amici al Cardarelli per tentare la spericolata strada della raccomandazione. Gli avevano chiesto 30.000 euro per il posto fisso e aveva capito che la nebbia del nord, per quanto fitta, non sarebbe stata peggiore delle ragnatele partenopee.

Da 9 anni era infermiere al San Camillo di Treviso. Da 9 era innamorato di un’anestesista che lavorava al terzo piano della stessa ala sud. Non si era mai dichiarato, ma lui per Anna ci moriva.

Aveva la sua stessa storia lei, anche le sue speranze si erano infrante contro il muro di ovatta che è la ricerca del lavoro da Roma in giù. Non aveva nemmeno provato con lo zio del cugino dell’amico. No, Anna aveva preso un volo Ryanair alle 5.40 di mattina da Capodichino e si era ritrovata nel gelo del nord est dopo nemmeno un’ora. Se lo ricorda ancora, contava di dormire durate il viaggio, ma a bordo di quell’aereo sembrava un mercato con tanto di lotteria e gratta e vinci.

A Treviso si era inserita subito perché nella valigia aveva messo solo il necessario e nessun pregiudizio. Non voleva fare come quelli che partono e poi tornano sconfitti perché la pizza non è buona e il caffè sembra “sciacquo”, non le piaceva la pizza del posto e nemmeno il caffè del distributore, però aveva gettato l’ancora in quel posto perché poteva dimostrare chi era veramente senza scendere a compromessi.

Si era ripromessa di farsi piacere lo spritz prima di cena e di frequentare la gioventù del posto. Si ritrovò a fissare Armando con in mano una tazza di caffè Kimbo. Si, Armando le faceva sentire le farfalle.

In nove anni, si sono abbracciati, coccolati, rincuorati, divisi e poi riavvicinati centinaia di volte come due normali fidanzati senza aver mai sentito la necessità di dirsi “tu sei mio”, “tu sei mia”. Non c’è mai stato bisogno perché quando erano l’uno accanto all’altro parlavano i loro cuori, le loro bocche non ne avevano il tempo seppur avessero voluto.

Un pomeriggio d’inizio marzo del 2020 Anna finisce il turno mattutino e come ogni giorno svuota le tasche del camice prima di riporlo nell’armadietto. Si accorge di avere ancora delle caramelle, la chiavetta per il distributore e un pezzettino di carta. Lo apre pensando fosse uno scontrino dimenticato, il cuore sembra un tamburo e le lacrime gli velano la vista ma non fino al punto da non leggere – “Quando ti rendi conto che vuoi passare il resto della tua vita con la persona che ami, non vedi l’ora di farlo il più presto possibile. Mi vuoi sposare? La prossima settimana?”

Anna si sveste in fretta, vuole correre da Armando, vuole finalmente dirgli di si, dirgli “tu sei mio”, ma lo vuole fare guardandolo negli occhi. Fa le scale di corsa, vola nell’atrio mentre saluta in portineria ed è già in macchina pronta a battere tutti i record sul giro che nemmeno Vettel, è impaziente come non lo è mai stata.

Le squilla il telefono, ci mette un po’ a ritrovarlo, nella fretta deve esserle caduto chissà dove. Eccolo. “Pronto”. E’ il responsabile della rianimazione, che ringrazia il celo che sia ancora nel parcheggio, “Guardi veramente…”, che le chiede di restare perché serve il suo aiuto per una polmonite interstiziale acuta.

Il 6 marzo, quel 6 marzo sarà l’ultimo giorno normale di Anna.

Il San Camillo di Treviso diventa l’inferno sulla terra. Una moltitudine di pazienti si avvicenda nei reparti, prima gli anziani e poi anche i giovani. Coetanei di Anna, trentenni, quarantenni con fame d’aria che nel giro di poche ore passano dai semplici occhialini ad una maschera poi a un’altra. E poi all’intubazione, quel tubo che Anna ha visto così tante volte che ne sente la puzza anche se di puzza non ne fa. Ci passa l’aria lì dentro ma Anna vorrebbe trovare la ricetta per immettergli la vita, quella vita che sembra aver sbagliato strada e che esce da quello stesso tubo minuto dopo minuto.

Passano i giorni ma Anna e Armando si vedono di rado, lei pare si sia dimenticata del bigliettino e Armando non ci fa più caso. A volte si trovano a versare le stesse lacrime nella penombra dello spogliatoio, dove nessuno può vederli, dopo aver recitato l’eterno riposo.

Le direttive dell’azienda sanitaria sono chiare, raccomandano di rimanere nella stanza il meno possibile, ma Anna non ce la fa a non fermarsi ad ascoltare e consolare nonno Massimo, funziona meglio di qualsiasi altra terapia e anche Armando lo sa e per questo diventa amico di tutti i suoi pazienti prima ancora di essere infermiere.

Passano le settimane, non si vede la fine, non dico la luce ma almeno un bagliore al quale aggrapparsi. Sembra infinito, si cerca il senso delle cose e degli uomini, ma le cose e quegli uomini sembrano cambiati per sempre.

Ma poi le competenze dei vari professionisti fanno il miracolo e, giorno dopo giorno, l’ospedale si scalda.  Nuovi colleghi che si rimboccano le maniche e apprendono subito, si confrontano, accolgono i pazienti e la paura di non farcela lascia spazio alla speranza di riuscirci dopotutto, perché, dopotutto, la vita non può uscire sempre dalla parte sbagliata.

In una sera di mezza estate, Armando si affaccia fuori dall’ospedale campo di Via Nazario per un respiro, non sa se ridere o se piangere, le lacrime del paziente, della figlia e degli altri operatori per la guarigione dell’ultimo malato ricoverato sono una scossa troppo forte. Vuole solo riposare ora.

Ma non ne ha il tempo, si sente stringere da dietro, Anna gli prende il viso tra le mani e prima di tirarlo a se gli dice “Si, tu sei mio”.

Si sposano due giorni dopo, in una cerimonia sobria con i genitori e i fratelli, e davanti al mare di Napoli, che in molti diranno poi, non essere mai stato tanto azzurro.