Photo Booth: te lo do’ io il teatro

Non so farti una stima esatta di quanti matrimoni io abbia potuto scattare in 25 anni ma di certo son più di quelli di Liz Taylor.

Ecco, una cosa devo dirtela, quello che spesso, molto spesso, ho notato, è che le persone coinvolte in una cerimonia si sforzano di non essere se stesse, si perché è proprio una fatica, quasi come se il matrimonio fosse in realtà un carnevale nostalgico: si arriva sul posto già con la maschera indossata e la si toglie solo quando a fine serata si entra in macchina per il tanto desiderato ritorno.

photo booth

Per tantissimi fotografi da matrimoni è oro colato. Per chi concepisce i book matrimoniali come fotoromanzi o meglio ancora fototessere è un aiuto divino ma per me che vivo di reportage, che investo il mio tempo nel ricercare la trasparenza e la naturalezza dei gesti e delle emozioni, tutto questo finto teatrino ha sempre rappresentato una grande difficoltà.

In cosa consiste quest’esperimento sociale?

Fino a che non ho fatto di necessità virtù. Anni fa ho introdotto, per chi ne avesse voluto sperimentare l’utilizzo, il photo booth: se proprio volete mascherarvi che sia io a fornirvi il palcoscenico.

Il risultato è stato tuttaltro che prevedibile, infatti, e qui ci sarebbe da condurre uno studio sociologico, ho scoperto che se dai un paio di baffi, una parrucca e un cappello di cartapesta al tizio che fino a pochi minuti prima se ne stava ingessato nel suo colletto troppo stretto o alla suocera che in quelle scarpe così scomode proprio non riesce a starci, quelli si trasformano. E né lui né tantomeno lei diventano qualcun altro, semplicemente ritornano se stessi. Ritrovano la spontaneità. E’ come se dietro quella finta cornice scoprissero la loro vera indole e così ritorna la goliardia e il sorriso (che non è semplicemente sollevare gli angoli della bocca) ma rinviene anche showman che alloggia in tanti. E se è vero che in vino veritas è altrettanto sicuro che in photo booth sinceritas.

Insomma si ritorna a essere coinvolgenti e talmente convincenti che dopo un po’, gli altri, desiderosi di riposarsi dalla fatica di aver seguito il galateo alla lettera, si accodano in preda ad un’enfasi liberatoria, smettono gli abiti degli invitati e indossano quelli di tutti i giorni, di quando si va al bar o in piazza con gli amici.

E il tutto non si esaurisce per il tempo in cui si sta con la cornice in mano mentre si aspetta il clic. No. Vedere il nonno alzarsi da tavola con un misto d’imbarazzo e sfida mentre pensa -ora gli faccio vedere io che se avessi 30 anni in meno… – o la sorella dello sposo che avvolge il collo del suo ragazzo in un innocente boa di piume rosa scocking non ha prezzo per me che devo parlare (con la luce) di te e delle persone che ti sono accanto. E’ in quei momenti, quando riesci a dissociarti dal contesto, quando te ne freghi dell’etichetta, che sei te stessa. Ed io sono retribuito da te per raccontare di te non dalla tua controfigura per girare un romanzo.

E non ti dico quando poi, dopo un po’, ti rivedi nelle foto fatte pochi minuti prima: un’apoteosi – “ma com’è possibile?”, “… ma ero sobria in questo scatto?”

Eri sobria, te lo garantisco, sei la stessa persona senza il peso dell’apparenza.